QUALSIASI COSA PASSA PER LA MIA TESTA PASSA PER LA TESTA DI TUTTI,TELEPATIA?
La chiamavano la Chicca, per quel suo viso da bambina caramellosa, viziatosa, lentigginatamente vaporosa.
Dormiva sempre, si assopiva in qualsiasi cantuccio si intuisse del tepore, sognava clamorosi amori sfuggenti, principeschi morazzi ingroppati a possenti cavalloni multitaglia, giallo di grano e fiori di primula a bordo strada, cieli azzurri stellati di sole.
I suoi risvegli si adattavano al suono delle rugginose campane del paese rurale in cui viveva.
Orde di spasimanti l’attendevano sempre, allo scoccare di ogni rintocco, incuneati e stipatosi, all’interno del sottoscala cucina soggiorno che arredava l’umilmente sfarzoso castello mignon dell’agognata principessina dagli occhi petroliferi neri tutti neri.
Non sapeva più amare, non lo sapeva più fare e basta.
Si sentiva sola in mezzo a tanti, nessuna luce vicina, solo sguardi da antichi possidenti, solo uomini in cerca di una sguattera più bella delle altre da addestrare e mostrare e chiudere a chiave a notte inoltrata, dopo averne gustato appieno il sapore dolce e l’aroma intenso.
L’adescante infelice non si negava affatto ai suoi corteggiatori, si concedeva tenera e gentile, accompagnando a spasso per i campi falsi sorrisi e stagnanti parole rituali.
Lo sguardo di un viandante, d’incanto, si posò su di lei, non era bello, affatto, scolpito da una gobba in spalla, da un naso spigolino e oblungo, da un passo inciamposo degno del suo nome, camminatore pregno di utopia sentimentalmente specificata.
Non sapeva più amare, non lo sapeva più fare e basta.
Girava e rigirava terre emerse e sommerse, infagottato di grande romanticismo, imbrattato da musiche e canti che definir celestiali è un insulto ai biancali, ma insomma, la guardò, e il suo mondo, di botto, in un battibaleno, in men che non si dica, svanì.
Insomma, la guardò e la guardò, si strinse intrinseco alla terra che calpestava, si inoculò si perse e si riperse addosso a lei in mezzo a tutti, i tutti si accorsero che stava accadendo qualcosa, la fine del mondo forse, o l’inizio di un percorso mozzafiato intriso di favole e poesia.
La guardò talmente forte che un pugno di vento si espanse da grugno a grugno, lontani si ritrovarono fronte a fronte, pelle a pelle, naso a naso, lontani schiantarono noci di memorie passate contro il muro di passiva indifferenza che li divideva dall’universo luccicoso che credevano leggenda.
La squadrò e la guardò.
Chicca piegò le dita della mano destra e poco dopo anche la sinistra serrò il suo pugno nervoso speranzante, la pancia rotolò sul falsopiano rantolando di vecchio dolore roboante, il muscolo cardiolò velocemente di bum e di bam, vita era, era vita, finalmente incontrollabile, spasmo di primavera, di foglie rinate, di farfalle strappate allo strisciante terra terra dopo l’angosciante attesa del primo volo.
Vita era, era vita, e insomma lo guardò, e lo riprese fotografante, smise di respirare in ogni istante successivo, sfiorò il naso pendulo e incredulo, chiese aiuto a una quercia e la quercia non disse nulla e alla quercia si appoggiò, tremebonda, estasiata.
Sentiva scorrere fiumi di passione dentro i suoi striminziti canali venosi, puntava dritta alla bocca di quel che la guardava ormai in lacrimosa gioia, attendeva un suono di violino infinitoso che si faceva aspettare ormai da troppi decimali di secondo di un tempo frastornante che non doveva finire mai più, incauta forse, non le importava, si univa spasmodicamente alla sua meravigliosa anima claudicante, una pianta rigogliosa spuntò tra i suoi capelli per incoronarla regina del suo nuovo paradiso, le gambe reagirono da sole, istintose, i piedi stomparono mille passi, finche non fu lì, ad annusare l’alito emozionato del suo amore senza nome.
Era così vicina, pensò lui allora, che il petto poteva sentire il ritmo vitale dell’esistenza malinconiosa di lei, poteva perfino quasi toccarla nell’animo verde rossastro, poteva addirittura soffiare le sue parole sapendo che le avrebbe sentite immediatamente, e che immediatamente le avrebbe risposto di sì.
Una fitta pioggia sconquassante li colse alla sprovvista, un uragano dal quale non cercarono riparo, inebetiti com’erano l’una negli occhi dell’altro.
Voleva dirle il suo nome, ma non lo sapeva più, non lo ricordava più e non era così importante, ormai tutti gli attimi si erano fermati, ormai erano uniti da qualcosa che desideravano e non conoscevano, ormai fradici di tempesta, ormai vinti dalla loro voglia di fondere i loro corpi, inebriati si toccarono per la prima volta, la prima di tante, e lui le apparve bello come non mai per come la guardava sciccoso, e lei gli mozzò il respiro con i suoi colori arcobaleni pavoneschi, languidamente inchinata al destino di un incontro che mai avrebbero creduto casuale.
Giglio, era lui, questo il suo nome, fu Dio in persona a gridarlo dalle nuvole con voce ruspantosa, non si scomposero più di tanto, non ringraziarono neppure, ma Dio era Dio e comprese.
Ha il nome del mio fiore preferito, pensò lei con l’ultimo tramestio razionale che le rimasugliava nel cervello, e si protese allora verso le sue labbra con la sua fronte, e lui accalappioso non si lasciò sfuggire la reale parvenza dei suoi sogni e la baciò amorevolmente giocoso stringendola con mani libere e sfrenatose, finalmente pacifico e sereno, così come lei.
La quercia tuonò un richiamo assordante, sradicò le sue estremità e si diresse verso di loro a coprirli, li vide per l’ultima volta stretti avvinghiati mentre si sdraiavano sul prato bagnato dal loro desiderio, mentre si illuminavano accesi di carezze, mentre sparivano abbagliando la natura assonnata, risvegliandola, come loro non avrebbero fatto mai e mai più, dispersi nel mondo dei sogni avverati, com’erano ora e come sarebbero sempre stati.
Scritto da:
maxpotter alle ore 08:34 |
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